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Uniformi? No grazie

AVERE UN’ IDENTITÀ OGGI GIORNO, MI SEMBRA SEMPRE PIÙ ARDUO, QUASI COME SALIRE LO ZONCOLAN CON UN MONOCICLO. RIFLESSIONI DOPO UN TOUR CON FACCE DI TUTTA EUROPA

Editoriale di ‘Dan Fat Grossman’ sul numero #49 di Gennaio/Febbraio 2016

Questo pensiero mi assilla da tempo, dopo un tour (concedetemi un fine francesismo) dove ho incontrato pedalatori da tutta Europa, paesi della ex cortina di ferro compresi. Una lingua di scambio comune l’inglese e fin qui ci stiamo tutti, anche perché ceco, polacco ed olandese diventa un attimo ostico da apprendere e decisamente poco parlate come lingue. Dieci smartphone identici, solo il vezzo della copertura antiurto ci distingueva, vale lo stesso per il portatile, con tutte quelle mele addentate e non consumate, vuoi che sia il simbolo del consumo inconsapevole? Tutto condito da social network socialmente inutili, la friggitoria verbale dove si mandano in fumo i vuoti generazionali (the Big Brother ringrazia sentitamente). Se fossimo stati allineati per un confronto all’americana, con tanto di testimone, non avrebbero potuto differenziarci né dall’abbigliamento né tanto meno dagli accessori. Mi sono detto “accidenti, non ci differenziamo se non per lingua madre, tutto il resto era uniformato”. Scarpe, caschi, occhiali, guanti, molto simili e vagamente parenti gli uni con gli altri.

Le biciclette, identificavano invece più profondamente l’area geografica di appartenenza: i teutonici con mezzi di scuola tedesca, in tutte le loro declinazioni, i francesi manco a dirlo con tutta la loro prosopopea nazionalista, sfacciata e magari invadente, ma con l’orgoglio di essere. Ad est, molto americanofili come noi Italiani, sarà per via del complesso del minus penis, che ci trasciniamo da conquistati dal secondo dopoguerra.

A questo punto, mi sono chiesto come potessero essere le sfaccettature sulle quali i presenti si differenziassero: ero molto, forse troppo curioso di scoprire quanto uniformi fossero tra loro, se ci fosse un ponte invisibile che riconducesse ad un unico formato, tutti allineati e coperti, come tanti soldatini di piombo appena sgrezzati dalla fusione. La sorpresa nel confronto fu come un fuoco d’artificio, la carica comune ma gli effetti, un caleidoscopio di forme, stili e proposte, destinate a ben diversi tra loro, per cultura e soprattutto per territorio. In alcuni casi le biciclette erano marchi condivisi, ma i sogni, gli itinerari e l’utilizzo ben diverso. Quindi la globalizzazione si scontra con la localizzazione? Vorrei un attimo di identità. Non un continuo allineamento ad essere sempre e costantemente la copia di un idolo.

Sono iconoclasta, mi piacerebbe un mondo dove non ci si appiattisca ma si possa vivere la diversità del biker. Son convinto che se ci osserviamo allo specchio ci ritroviamo consci del nostro individuo. Dove tutto passa attraverso le sensazioni ed esperienze che ci siamo ritagliati addosso sogni e delusioni comprese nel prezzo dell’esistenza del essere biker, anzi essere che si muove per propulsione muscolare, che gode del sottile filo rosso dell’equilibrio su due ruote. La metafora della vita, che credo abbia il meglio se tanto si distacchi da tutto ciò che vi uniforma… I sentieri non sono mai uguali, mutano come i mostri battiti cardiaci. Si innalzano o si abbassano seguendo un piccolo sogno. La nostra libertà.

P.S. Vorrei pedalare nudo. (cascocchialiguanticoncessi, please).

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