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Dainese

Editoriali

La società in cui viviamo è giusta?

davide finetto amarcord

Riflessioni deliranti, oniriche, visionarie, surreali, su una società che sta prendendo una direzione un po’ grottesca.

Quante volte, solo per un nome sul telaio diverso dal brand di riferimento, vi siete trovati a non comprare, o non riuscire a vendere, una bicicletta, o a doverla svendere, come fosse materiale oramai “scaduto”? Nulla importa se il tipo di carbonio è lo stesso, le geometrie sono ottime e i componenti uguali all’altra bici, il nome è semplicemente Gotturnio e non Brandy (nomi di fantasia…e che fantasia!) siamo comunque disposti a spendere migliaia di euro in più per accaparrarci quel brand. Ma quello che più mi fa riflettere non è il fatto di voler spendere migliaia di euro in più (ci può stare: quel brand fa figo, ha un bel colore e il font Times New Roman che usano è molto accattivante…), ma il convincersi proprio che quella bici sia realmente migliore di un altro marchio solo perché sa fare bene pubblicità.

Ok, forse sto entrando in un terreno minato, fatto di banalità e/o presunta superbia del sottoscritto, quasi come sputare nel piatto dove sto mangiando, ma vorrei farvi riflettere. Ci rendiamo conto di quanto e come il marketing influenzi le nostre scelte? Siamo sicuri che questa società consumistica (dove un centimetro in più di perno dovrebbe cambiarci la vita), fatta di telaio in carbonio, geometrie riviste ogni anno, porti sempre a un miglioramento nel nostro riding? Non potrebbe essere che per il nostro stile di guida gioverebbe di più un bel 26” DH in Bike Park, magari pagato 500 €? Lo so, il 26” non lo vuole più nessuno: è proprio per questo lo paghiamo 500€ invece di 5250€! Sicuri che una differenza di pochi cm nella ruota valga questo prezzo? Prendiamo una enduro moderna: vedo molte persone passare all’elettrico per il semplice motivo che spesso non riescono a pedalare queste “biciclette” con escursione/ geometrie esagerate, per molti fatica allo stato puro in salita. Ma valutare una all-mountain o una trail? Non lo so, si fa perché realmente sicuri che non “funzionano” o perché il marketing non ci ha portato lì? Ve lo siete mai chiesti?

ndd: Più che amarcord: pirla!

Questa estate, parlando con un amico, mi riferiva di come aveva avuto determinati problemi di elettronica in una bici: un’agonia visto che, dopo aver sognato e comprato suddetta bici, è stato circa un mese senza poterla usare. Tuttavia l’epilogo fu: comunque io mi trovo bene!

Ma se fosse stato un marchio minore ad avere tutti questi problemi come l’avremmo giudicato? Se invece del pregiato Brandy (sempre nome di fantasia) che troviamo in prima pagina su tutti i giornali a lanciare i suoi prodotti, a valorizzarli, fosse stato Gotturnio, cosa avremmo detto? Ve lo dico io: Gotturnio avrebbe chiuso all’istante non avendo più la fiducia di nessun compratore. Perché marchi che qualche anno fa erano considerati ottimi ora hanno perso appeal solo per il semplice motivo che il campione di turno non lo usa più? Alla fine è tutta una catena: parliamo parliamo ma il nostro sport è una passione e come tale non possiamo trovarvi niente di razionale. Tutti a turno ci cadiamo.

Contano le emozioni e queste, alle volte, ci fanno fare delle scelte senza senso e lo notiamo quando parliamo con una persona extra settore oppure con la nostra compagna: chi glielo spiega alla moglie il prezzo di una bici? O di una spesa di 500€ solo per avere uno stelo che ci dona lo 0.5% di scorrevolezza in più? Di una puleggia ceramica? Di una gabbia del cambio rossa invece di nera? Di una vite in ergal colorata? Ai posteri, o alle mogli, l’ardua sentenza.

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